di Marco Bizzarini

La recente edizione Diastema del Dialogo della musica antica e della moderna di Vincenzo Galilei ha avuto il merito di riaccendere l’attenzione su uno dei testi più complessi e controversi della teoria musicale del Cinquecento. Non è un caso che questa nuova disponibilità abbia generato a sua volta nuove pubblicazioni, incontri, conferenze. Galilei, che per qualche tempo sembrava diventato un argomento quasi démodé, è tornato invece in primo piano.

Figura molto più complessa di quanto talvolta suggeriscano i manuali, Vincenzo Galilei fu liutista, teorico, polemista, uomo di cultura tra umanesimo e nuova scienza. Il padre di Galileo viene spesso ricordato come membro della Camerata Bardi e dunque messo in relazione con il clima intellettuale da cui sarebbe nata l’opera in musica. Tutto vero, ma anche riduttivo per un pensatore tanto radicale da rimettere in discussione le fondamenta stesse della teoria musicale del suo tempo.

Non stupisce, allora, che la sua fortuna critica sia stata oscillante. Nino Pirrotta ebbe parole durissime nei suoi confronti, rimproverandogli «interminabili cincischiamenti» filologici, pedanteria erudita e polemiche minute. Ma forse Pirrotta cercava nel Dialogo qualcosa che quel testo non poteva dargli: una via diretta per la nascita del melodramma. Da un’altra prospettiva, lo scienziato Leon Lederman, premio Nobel per la fisica nel 1988, ha invece riconosciuto a Vincenzo un ruolo pionieristico: la confutazione sperimentale di leggi acustico-musicali universalmente accettate.

Il punto centrale è la polemica con Zarlino. A prima vista può sembrare una disputa tecnica, interna alla teoria musicale. In realtà è molto di più: uno scontro fra due modi di pensare. Da un lato si pone Zarlino, con l’eleganza di un sistema matematico che pretende di ricondurre la polifonia moderna a una legge naturale, armonica e quasi divina. Dall’altro Galilei, che sottopone quel sistema alla prova della realtà fisica e ne denuncia le contraddizioni. Zarlino tende a immaginare un sistema perfettamente ordinato, come se la musica potesse girare su un piano ideale senza attriti. Galilei mostra invece che quel piano è illusorio: ciò che sembra un disco si rivela una spirale. Giro dopo giro, l’accordatura non torna mai esattamente al punto di partenza. Se non interviene un artificio correttivo – il temperamento – la musica diventa progressivamente impraticabile. È qui che Galilei compie il suo salto epistemologico: non accetta la bellezza astratta del sistema, ma la misura sulla sua effettiva capacità di funzionare.

La sua riflessione sulla musica antica nasce dallo stesso impulso critico. Galilei è un uomo del Rinascimento, affascinato dall’antichità, ma non conosce il greco e dispone solo di un latino imperfetto. Può però contare sul lavoro erudito di Girolamo Mei, filologo d’eccezione, dal quale ricava informazioni decisive. Sarebbe tuttavia ingeneroso ridurre Galilei a un semplice divulgatore di idee altrui. Il suo gesto consiste nel trasformare la filologia in un progetto teorico e polemico.

Sul piano teorico, una delle sue intuizioni più feconde riguarda il temperamento equabile. Partendo dall’accordatura del liuto e richiamandosi ad Aristosseno, Galilei intravede una soluzione che guarda decisamente al futuro. I suoi calcoli non sono sempre esatti: Zarlino, con perfidia, lo accusa di essere un «matematico dell’incirca». Ma la storia della conoscenza non procede soltanto grazie alla precisione sterile. Talvolta un’approssimazione feconda conta più di un sistema impeccabile e inerte.

Resta il paradosso finale. La rivoluzione musicale immaginata da Galilei rimase in larga parte lettera morta. Il vero protagonista artistico della svolta tra Cinque e Seicento fu Claudio Monteverdi, lontanissimo dalle posizioni radicali del liutista toscano. Galilei condanna il madrigale moderno; Monteverdi lo trasforma dall’interno, fino a trasfigurarlo. Galilei sogna una riforma della musica vocale fondata sull’autorità degli antichi; Monteverdi consacra una musica finalizzata all’espressione, in cui parola e suono entrano in una relazione innovativa.

Eppure, senza il radicalismo teorico di Vincenzo Galilei, quel cambiamento epocale sarebbe difficilmente spiegabile. Galilei non fu solo un teorico attaccabrighe e pedante, ma un intellettuale in grado di accorgersi che la teoria musicale del suo tempo stava perdendo senso. Reagì con erudizione, spirito polemico ed esperimenti proto-scientifici. Fu un precursore dell’arte di governare sistemi complessi, dunque un lontano precursore della nostra cibernetica. Per questo il suo Dialogo continua a parlarci. Non perché offra soluzioni semplici, né perché abbia vinto tutte le sue battaglie. Ma perché ci mostra un pensiero musicale nel momento in cui smette di accettare la tradizione come abitudine e comincia a trattarla come problema. E questo, oggi, non è affatto démodé.


 

 

MARCO BIZZARINI

Laureato all’università di Pavia e diplomato in pianoforte al conservatorio di Brescia, ha conseguito il titolo di dottore di ricerca all’università di Padova. È docente ordinario di musicologia e storia della musica all’università Federico II di Napoli. Dal 2012 è membro dell’Accademia Ambrosiana di Milano e socio effettivo dell’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Brescia. Oltre a un centinaio di studi apparsi in riviste musicologiche internazionali, ha pubblicato le monografie Luca Marenzio: the career of a musician between the Renaissance and the Counter-Reformation (2003) e Benedetto Marcello (2006). Ha inoltre curato numerose edizioni critiche di testi poetici per musica.