Un archivio parrocchiale e la storia della costruzione

di uno strumento unico nel suo genere

 di Stefania La Via

 

La scrittura di un saggio storico, come quello dedicato al grande e monumentale organo di San Pietro in Trapani, realizzato a metà del XIX secolo da un genio assoluto, l’organaro Francesco La Grassa, ha richiesto ‒in assenza di una bibliografia attendibile e proprio per la sua unicità ‒ lunghe, faticose ma affascinanti ricerche.  Solo chi frequenta gli archivi, in particolare quelli non riordinati che odorano di carta antica e di storia, può conoscere il brivido dell’imprevisto, del ritrovarsi tra le mani proprio quel documento inaspettato che apre una pista, fornisce un dettaglio incisivo, risolve un enigma.

Con la pazienza di un detective, l’archivista che è anche uno storico, come nel mio caso, mette insieme minuti indizi apparentemente trascurabili, piccole tessere che, collocate in un disegno che man mano si svela, assumono un significato rivelatore. La storia si snoda con lentezza, la scrittura cuce le parti che il tempo ha smagliato, ripara i vuoti di un tessuto lacerato e tutto diventa chiaro all’improvviso.

Dall’unione tra rigore scientifico archivistico e sensibilità storica nasce il saggio L’Orchestra nascosta, dedicato alla costruzione e al destino di un capolavoro di meccanica sonora che ancora oggi stupisce per la sua complessità: l’organo della chiesa di San Pietro in Trapani. L’archivio dell’antica parrocchia di San Pietro è stato un proficuo terreno di ricerca e di continue scoperte.

I documenti parrocchiali sono fonti primarie spesso inesplorate, in molti casi a causa delle oggettive difficoltà di accesso o per il mancato ordinamento, eppure costituiscono una miniera di informazioni di cui gli storici dovrebbero tenere conto.

I cosiddetti Quinque Libri, ossia i libri dei battesimi, delle cresime, dei matrimoni, delle morti e dello stato delle anime (status animarum) sono una fonte preziosissima, e pressoché unica, per gli studi di demografia storica, per le ricerche genealogiche e per la ricostruzione della prassi pastorale attorno alla quale nei secoli si è articolata la vita religiosa cittadina. In questi registri sono annotati i nomi di tutti coloro che venivano battezzati, cresimati, di coloro che contraevano matrimonio cristiano, dei defunti e soprattutto, in una sorta di censimento, tutti i ‘fuochi’, ossia i nuclei familiari con i relativi componenti, professione del capofamiglia e domicilio. Una fotografia della realtà sociale nei vari secoli.

Attraverso questi insostituibili documenti è stato possibile ricostruire la storia di Francesco La Grassa e la rete di legami che ha instaurato una volta giunto a Trapani. La sua figura, sia dal punto di vista umano sia dal lato professionale, appariva priva di spessore. L’unica breve biografia, scritta dal nipote suo omonimo, il prestigioso ingegnere e architetto Francesco La Grassa junior, che riporta i racconti di suo padre Pietro, appare nulla più che un racconto fantastico, volto a fare del nonno una figura leggendaria.

La Grassa, geniale organaro palermitano, attivo nella metà del XIX secolo, ha fabbricato numerosi organi in varie parti della Sicilia. Quello realizzato, tra il 1836 e il 1848, per la collegiata di San Pietro a Trapani costituisce il suo capolavoro: una macchina portentosa, con sette tastiere distribuite su tre consolli, quasi 4000 canne, numerosissimi registri e un complesso meccanismo di leve controllato dalla tastiera centrale. Uno strumento che continua ancora oggi a destare stupore e ammirazione per l’incredibile complessità costruttiva e l’ingegnoso sistema di accordatura.

Quella di annotare battesimi, matrimoni e decessi degli abitanti di una parrocchia era una prassi ecclesiastica abbastanza diffusa che venne però normata ‒ e quindi di fatto sottratta alla discrezionalità dei parroci ‒ nel corso della penultima sessione, la XXIV, del Concilio di Trento, nel novembre 1563 e con maggiore forza da Paolo V nel 1614 con il Rituale Romano. Il Concilio impose ai parroci l’obbligo di registrare principalmente nascite e sposalizi, anche a causa della eccessiva facilità con cui al tempo si contraevano parentele multiple tra consanguinei o tra figliocci e padrini. Riportare i due principali sacramenti avrebbe consentito un maggiore controllo su questo tipo di unioni inammissibili dalla Chiesa.

Si tratta di veri e propri registri anagrafici e di stato civile a tutti gli effetti, che conservano dati fondamentali del passaggio sulla terra di intere generazioni di cui, altrimenti, avremmo perso qualsiasi traccia. Ne comprendiamo l’importanza se pensiamo che dal Concilio di Trento fino alla nascita del Comune in senso moderno soltanto i parroci avevano l’obbligo di provvedere a tali mansioni. Una fonte storica insostituibile soprattutto in Sicilia, dove lo stato civile fu introdotto con ritardo rispetto alla parte continentale del Regno e per tale motivo particolarmente consultati a fini genealogici.  Anche quando persero valore pubblico, tali atti parrocchiali continuarono la loro funzione e anzi rafforzarono la loro valenza in ambito sociale e religioso.

Ricchi di informazioni dal punto di vista anagrafico sono i registri della numerazione, o stato delle anime, che offrono dati, nei casi più fortunati, a partire dalla seconda metà del Cinquecento. Il parroco, in occasione della Pasqua, visitava le varie famiglie della parrocchia annotando la loro condizione rispetto all’obbligo del precetto pasquale e nel far questo realizzava un dettagliato censimento annuale.

Anche i registri dei defunti sono una fonte preziosa per analizzare la durata media della vita, la mortalità infantile e quella legata alle varie epidemie che decimarono nel tempo la popolazione di un determinato territorio. Ma tali libri possono anche essere testimoni di fatti di cronaca del passato.  Non sono rare, infatti, le annotazioni dei parroci, contenute soprattutto nelle pagine iniziali o finali dei volumi, che spesso ci restituiscono il racconto di prima mano di episodi talora non documentati altrove.

È stato proprio in un registro dei defunti che ho ritrovato per caso una nota in cui veniva riportata la data esatta in cui cominciarono i lavori per la realizzazione dell’organo di San Pietro. Il fatto incredibile è che si trattava di un volume del 1819, ossia di molto precedente al 1836, anno in cui La Grassa arrivò in città chiamato dall’allora arciprete don Salvatore Mauro, che ne aveva conosciuto la fama di rinomato organaro e gli aveva affidato l’incarico di realizzare un nuovo strumento per la sua chiesa, la più antica e prestigiosa della città. Se un giorno quel tomo non fosse caduto per terra mentre cercavo tra gli scaffali e non si fosse prodigiosamente aperto proprio a quella pagina, probabilmente non avrei mai potuto scoprire la preziosa annotazione che ha contribuito a collocare cronologicamente, in modo esatto, i primi momenti di avvio dei lavori.

Gli archivi parrocchiali non custodiscono soltanto dati anagrafici ma anche una mole immensa di documenti eterogenei che riguardano l’amministrazione della parrocchia, i beni mobili e immobili, la fabbrica della chiesa, i sacerdoti che nel tempo si sono avvicendati, il complesso sistema dei benefici legati alle varie cappelle. Le tracce sparse tra libri e registri mi hanno restituito i materiali utilizzati per la costruzione dell’organo di San Pietro a Trapani, il loro costo, le figure di artigiani che collaborarono alla sua realizzazione, gli stipendi degli alzamantici, i contratti per l’accordatura, e tante altre preziose informazioni che hanno permesso di ricomporre il destino dell’organo La Grassa sino agli anni Duemila,  riportando alla luce interventi di manutenzione, restauri o modifiche avvenuti nei decenni successivi al 1848, anno in cui la costruzione dello strumento venne completata definitivamente. Tutti dati che, messi in connessione nei vari capitoli del saggio L’Orchestra nascosta, edito da Diastema nel 2024, mi hanno consentito di ridurre i vuoti, di spiegare o ricomporre contraddizioni, incongruenze, stranezze, approssimazioni – apparenti o effettive – che le informazioni in precedenza disponibili lasciavano trasparire.

I documenti d’archivio non sono fonte storica di per sé ma lo diventano con la duplice mediazione di chi li ordina e di chi li studia e li interpreta, e la figura di Francesco La Grassa rappresentava una sfida metodologica affascinante. Definito un artigiano pressoché analfabeta del primo Ottocento, La Grassa non ha lasciato trattati teorici o diari personali che spiegassero il suo metodo di lavoro, così l’archivio è diventato l’unico luogo dove il suo genio poteva in qualche modo distinguersi e manifestarsi. Attraverso l’analisi di contratti, quietanze di pagamento e carteggi, mettendo in connessione dettagli preziosi emersi dai libri canonici, è stato possibile ricostruire la vita di una figura altrimenti destinata a restare oscura.  La ricerca documentaria ha permesso di trasformare la leggenda di un organaro autodidatta in una storia scientificamente verificabile, consentendo di datare con precisione l’evoluzione di un capolavoro di meccanica sonora altrimenti privo di coordinate temporali certe e di conoscere la parallela attività di costruttore e manutentore che, nei ben dieci anni di permanenza a Trapani, consentì a La Grassa di provvedere alla numerosa famiglia. Grazie alle testimonianze di alcune badesse e alla corrispondenza con il parroco, si è riusciti ad attribuirgli con certezza la paternità di ulteriori organi come quello della chiesa di Sant’Andrea o del SS.mo Rosario, annessa all’omonimo monastero di suore domenicane, e quello della chiesa parrocchiale di San Nicola.

L’organo di San Pietro, apprezzato da importanti organisti in tutto il mondo, ma ancora poco studiato, è stato finalmente stimato anche dalla comunità trapanese. Uno dei pericoli più grandi che un bene culturale possa correre è la mancata conoscenza del suo valore da parte di chi dovrebbe proteggerlo, perché se ne ignora la storia e l’unicità. La ricerca d’archivio ha trasformato pertanto una semplice monografia in uno strumento di tutela culturale. Senza il supporto di questa memoria di carta, «l’orchestra nascosta» sarebbe rimasta una meraviglia muta, invece la sua meccanica sonora è diventata una storia viva e documentata, aprendo una nuova pagina ancora tutta da scrivere.

 


 

 

STEFANIA LA VIA

Vicedirettrice dell’Archivio storico diocesano di Trapani, archivista e paleografa, è autrice di numerosi contributi di carattere storico e letterario.
Specializzatasi in Archivistica ecclesiastica, presta la sua consulenza scientifica per il riordino dell’Archivio diocesano e di vari archivi storici parrocchiali.
Ha realizzato percorsi tematici e approfondimenti digitali per BeWeB, portale nazionale dei beni culturali ecclesiastici, volti alla valorizzazione del patrimonio documentario, bibliografico e artistico della diocesi di Trapani.