di Donella Del Monaco

terza e ultima parte

 

Dunque il movimento progressive è non solo un movimento musicale, ma ha un sostrato idealistico che deriva dalle atmosfere del ’68.

La nascita dei gruppi progressive rock va inquadrata nella sensibilità giovanile di quel tempo, quando studenti e ragazzi pensavano di rivoluzionare il mondo con le loro idee e con la loro musica. Tantissime nuove e profonde forme di pensiero nascono in quegli anni: dall’antimilitarismo all’uguaglianza economica, dalla liberazione sessuale all’attrazione per culture diverse, dalla ricerca di una spiritualità non dogmatica all’antiautoritarismo.  Si vogliono scardinare le classi sociali e molti schemi comportamentali acquisiti; questa ondata rivoluzionaria, giovane e prorompente, guarda al futuro e non al passato, nella musica investe il suo entusiasmo, vuole abbattere le barriere sociali e le barricate linguistiche.

Ho vissuto intensamente quel periodo e in quegli anni, era il 1973, ho fondato il mio gruppo OpusAvantra che deriva il suo nome proprio dal progetto musicale di collegare Avan (guardia) e Tra (dizione). Nel primo album, Introspezione, ho fatto stampare un disegno e uno scritto che chiariscono ancora meglio la nostra idea: rompere le barriere fra i generi per ricreare un linguaggio che ci unisca e rifiutare le imposizioni del mercato discografico per non essere gestiti come massa.

Ma a parte questo slancio idealistico e di giovanile ingenuità, data la portata di un compito così complesso, vorrei descrivere l’atmosfera speciale che si respirava nel mondo del rock prog e attorno a quelle etichette discografiche che, coraggiosamente, investivano nei nuovi gruppi. L’immagine che mi viene in mente è quella di un luogo d’incontro in una stazione spaziale tra le stelle, dove esseri di mondi diversissimi si incrociano, cercano di intendersi pur esprimendosi mediante lingue e suoni disuguali, riuscendo comunque a instaurare un clima di cameratismo, di allegra e disinibita partecipazione perché li accomuna la sensazione di vivere insieme un’esperienza unica.

Fuor di metafora, gli esseri diversissimi che vengono da mondi lontani erano proprio i componenti dei gruppi, perché la loro provenienza sociale, culturale e tecnico-musicale era la più disparata: poteva esserci il tastierista diplomato a pieni voti in pianoforte e il batterista autodidatta che si guadagnava da vivere suonando in balera, poteva esserci il flautista concertista, virtuoso di musica da camera, e il chitarrista rock che non leggeva le note ma che improvvisava benissimo. Anche le provenienze sociali erano le più disparate, eppure ognuno apprezzava le specificità altrui, pur così diverse, e non vigevano primati ma uno spirito di coesione che si esprimeva nel creare insieme. E nemmeno fra i molti gruppi c’era rivalità ma piuttosto un ascoltarsi l’un l’altro, trovando punti di affinità o di distanza, e misurandosi comunque sempre con attenzione e curiosità.

Questa nuovo approccio alla musica, che definirei orizzontale perché allargato, multicomprensivo e multiculturale, si espanderà in seguito verso aree di interesse diverso, infatti vi sono state alcune convergenze e sovrapposizioni fra il genere colto e il rock progressive per opera di artisti o gruppi che hanno influenzato sia l’uno che l’altro ambiente.

Frank Zappa è certamente tra questi. Con la sua band, The Mothers of Invention, ha lasciato un segno nella storia del rock anche per le sue fonti musicali eterogenee. Il celebre album Freak Out! pubblicato nel 1966, e che divenne subito un cult, mescola vari generi musicali, experimental music, rock progressive e rock d’avanguardia, e con The perfect stranger del 1984 Zappa si collegò anche al repertorio colto contemporaneo e collaborò con Pierre Boulez che di lui dirà: 《Come musicista era una figura eccezionale perché apparteneva a due mondi: quello della musica rock e quello della musica classica. Ed entrambe le tipologie del suo lavoro gli sopravvivranno》.

Pure Terry Riley, affascinato anche dai gamelan balinesi, mescola i brevi incisi melodici ripetitivi del minimalismo con la musica indiana e con l’improvvisazione pop; si veda il brano In C del 1964 e ancor più il successivo A Rainbow in Curved Air del 1969 nel quale il compositore americano crea una sorta di raga occidentale dove strumenti elettronici, acustici e percussivi si alternano.

Anche il gruppo inglese Henry Cow si distingue per le sue sperimentazioni d’avanguardia all’estremo confine del rock, tanto da generare un movimento chiamato Rock In Opposition (R.I.O.) per la radicalizzazione delle proposte musicali. Ho conosciuto personalmente il batterista del gruppo, Chris Cuttler, e sono rimasta affascinata dal racconto dei ritiri quasi ascetici che facevano in una casa isolata per potersi concentrare per lunghe ore sull’improvvisazione d’insieme, in un’atmosfera che diveniva ipnotica. In questo modo sentito e sperimentale di fare musica trasluceva chiaramente anche un’intenzione di rottura e di critica alle convenzioni sociali.

Esprimere con la propria arte un senso di ribellione è uno dei temi ricorrenti nei gruppi progressive rock e il gruppo italiano degli Area è tra i più significativi in questo senso: un vero mix esplosivo di suoni fra rock e avanguardia sperimentale tenuto insieme dalle ispirazioni etnico-vocali del geniale frontman Demetrio Stratos.

Un altro modo per esprimere un afflato sociale è stato anche quello di individuare un linguaggio musicale trans storico, che colleghi il passato al presente cercando di fondere il mondo della tradizione classica con le sonorità contemporanee. Ho già parlato di Opus AvanTra ma in realtà questa via è stata tentata da molte formazioni rock; qui vorrei ricordare, fra tutte, le straordinarie creazioni del gruppo inglese Gentle Giant per la loro complessità e raffinatezza, caratterizzate dall’unione di elementi jazz e hard rock con atmosfere medievali e barocche, con linee armoniche talvolta ricercatamente dissonanti fino all’uso della polifonia, del contrappunto e della fuga. Ma anche altri gruppi perseguirono lo stesso intento: i Jethro Tull, che realizzano una consapevole contaminazione fra musica classica, jazz e rock, impreziosita dal flauto di Ian Andreson con le sue personali sonorità e virtuosismi; gli Emerson Lake & Palmer con le loro rivisitazioni classiche; dalla Germania i Popol Vuh con ispirazioni cosmiche e spirituali, e i Tangerine Dream con largo uso della sperimentazione elettronica, in sintonia con quella sensibilità già iniziata dal compositore Karlheinz Stockhausen a metà anni ’50.

Oltre al progressive rock, un’altra tendenza rilevante nella ricerca è quella verso la musica etnica, cioè verso quel repertorio della tradizione popolare che testimonia una sensibilità ed espressività al di fuori del mondo colto del genere classico. Per esempio Peter Gabriel, dopo aver raggiunto il successo col celebre gruppo rock progressive Genesis, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta si è dedicato alla ricerca e diffusione di musiche etniche fondando la cosiddetta world music, un genere che mescola rock, folk ed etnica. E moltissimi sono stati gli artisti e i gruppi che si sono impegnati nel compito di ricercare e rielaborare materiali che affondano le proprie origini nella tradizione popolare, brani talvolta trasmessi oralmente, talvolta ripresi da testi antichi. Questa tendenza dimostra una sensibilità sociale che risiede nell’idea di recuperare e riproporre patrimoni espressivi popolari quali preziose testimonianze di linguaggi originari, radici sociali da non spezzare e a cui ricongiungersi, giocando e cucendo tra loro epoche e stili. Molti sarebbero  gli esempi: le creazioni di Giovanna Marini, etnomusicologa e compositrice, amatissima a Parigi, che è riuscita a collegare le sue vaste ricerche sul canto sociale, che definisce «storia orale cantata», con polifonie contemporanee; le rielaborazioni, non arbitrarie ma poggiate su sistemi colti come la scrittura e la ricostruzione metrica, del patrimonio popolare teatrale e musicale campano di Roberto De Simone, musicologo e compositore napoletano che si è dedicato a questa ricerca fondando la Nuova Compagnia di Canto Popolare.

L’inclinazione all’uso di musiche etniche o popolari è stata sentita anche da alcuni autori di musica colta: indimenticabili restano i Folksongs di Luciano Berio, felice contaminazione fra i due generi, scritti per la moglie Cathy Barberian che ne è stata l’ispiratrice. Io stessa ho avuto la fortuna di proporre a Salvatore Sciarrino, autore premiato nel 2016 col Leone d’oro per la musica, le Dodici canzoni da battello del ‘700 veneziano recuperando questi affascinanti brani dall’oblio.

Altri artisti hanno riscoperto e rielaborato, con stili e scopi diversi, musiche e linguaggi popolari. Fabrizio De Andrè, cantautore ligure di simpatie anarchiche, libertarie e pacifiste, con Creuza de mä del 1984 ha iniziato un lavoro di ricerca nell’eterogeneo dialetto genovese; un artista soprattutto conosciuto per il suo impegno come cantautore, con testi che raccontano storie di emarginati, ribelli e prostitute, vere e proprie poesie. Poeta impegnato è stato indubbiamente Bob Dylan, premio Nobel per la letteratura nel 2016: nei suoi lavori affronta in modo innovativo temi politici, sociali e filosofici, sfidando le convenzioni della musica pop. Personaggio emblematico della controcultura americana, la sua più celebre canzone Blowin’ in the wind divenne l’inno della marcia per i diritti civili di Washington, quando Martin Luther King pronunciò il suo storico «I have a dream»davanti a una folla di oltre 250000 persone.

Una cosa collega queste nuove forme espressive musicali, la capacità dell’interprete/autore di riuscire a creare un ponte fortemente comunicativo con il pubblico; i grandi concerti rock sono stati anche uno spazio di energia collettiva, dove tanti aneliti artistici, creativi ma anche di critica o protesta politica convergevano. Questo tipo di interprete, che nella sua musica immette un afflato sociale e spirituale e una sua ricerca espressiva impegnata, è certamente l’aspetto più significativo che ha segnato le varie proposte musicali del secondo ‘900 ed è quell’elemento nobile che caratterizza, anche oggi, le migliori creazioni, al di là delle etichette dei generi.

È questo l’aspetto di verità e ricerca personali che va posto in luce, per segnare il necessario spartiacque qualitativo che differenzia l’impegno artistico dal mero prodotto musicale confezionato. Dobbiamo imparare a distinguere il prodotto di un’artista da quello commerciale, frutto dello star system o del business musicale o della banalità spacciata per musica, il cui scopo è raggiungere un audience immediato, ma privo di quella luce interiore che caratterizza l’espressione artistica autentica. Qui mi piace citare Antonello Cresti nella prefazione al suo libro critico Solchi sperimentali, dove, con una lucida e tagliente analisi, descrive la sensazione di vuoto e di annullamento che si prova difronte a ciò che è frutto di un’attività solamente economica:

Un locale qualsiasi, una cittadina qualunque: Italia, Francia, Finlandia o Azerbaigian, poco importa! Le stesse facce assenti che si guardano un po’ depresse, letteralmente sopraffatte dalla “tappezzeria sonora” propinata loro, che da sottofondo diviene protagonista assoluta. […] Peccato che quella musica, di solito terribilmente ripetitiva nei temi e nei ritmi, demenziale nei contenuti lirici, non sia affatto protagonista, non sia affatto un fine, ma un mezzo, subdolo e velenoso, per il vero progetto di questa società, ossia la rimozione di ogni forma di radicamento e di identità. Quelle persone non ascoltano affatto quella “musica”, ma da essa sono usati, violentati, sodomizzati.

Per concludere queste considerazioni bisogna tornare alla domanda iniziale: ma quanti ‘bello’ ci sono? È evidente che l’idea del bello ha subito una radicale trasformazione, avvertibile molto chiaramente anche nell’ambito della musica. A quell’idea quasi oggettiva, all’ascolto contemplativo della bellezza raggiunta mediante una costruzione armonica e melodica che riusciva ad aprire le porte del sublime, che sapeva unire la complessità formale con l’intensità emotiva, che riusciva a penetrare le barriere sociali, culturali e generazionali, si sono sostituite espressioni musicali che non possono puntare a un’idea di bello così universale: si è rotto quel fluido rapporto fra arte, musica, società e fruitori. Se non può puntare al bello universale, la musica continua comunque il suo percorso, e diviene un tramite di comunicazione a più livelli di percezione, veicolando pulsioni, vissuti, significati.

Il bello si percepisce quando ci si sente in sintonia, quando si avverte che si sta dentro un’esperienza globale condivisa. Perché ciò accada bisogna che chi suona e chi ascolta riescano a entrare in contatto, che condividano un sentire, che abbiano una sensibilità che li accomuni come due apparecchi rice-trasmittenti che si sintonizzano, e la musica, allora, diventa uno specchio dove ci si può riflettere. Da una musica la cui bellezza era al di sopra dell’individuo e univa tutti, perché tutti guardavamo nella stessa direzione, siamo giunti oggi nella situazione che ognuno deve cercare il proprio simile, la propria musica che gli parli e dove può riconoscere parte di sé.

È questa la solitudine di cui si discorre. Sia come amanti della musica, sia come creatori di musica, siamo comunque costretti a trovare la nostra via al bello, al bello significante che ci faccia provare quell’esperienza unica, dove l’anima possa specchiarsi nella sua profondità. Se vogliamo che la musica sia parte di noi, sia una via di accesso a un senso profondo del nostro esistere, dobbiamo cercarla con determinazione, senza lasciarci confondere e travolgere dalle continue aggressioni che presumono che la musica sia solo passatempo, arredo sonoro, superficie, banalità e piattezza.

 


 

 

Donella Del Monaco

Cantante, autrice e progettista musicale. Comincia a studiare canto giovanissima con il padre Marcello e in seguito anche con lo zio, il tenore Mario Del Monaco. Accanto al repertorio lirico affianca lo studio per le varie possibilità timbriche della voce. Interpreta autori contemporanei tra cui John Cage, Luciano Berio, Salvatore Sciarrino, Sylvano Bussotti, Azio Corghi, Elliott Sharp.
Nel 1974 fonda il gruppo musicale di ricerca “Opus Avantra” (Avanguardia e Tradizione) assieme al compositore e pianista Alfredo Tisocco, divenuto poi un gruppo cult del progressive degli anni Settanta, la cui attività concertistica e discografica prosegue tuttora.
Dal 1977 nei suoi concerti presenta proposte creative attorno al cabaret letterario del ‘900 (Satie e Schönberg) o rielaborazioni di brani desunti da ricerche storico-linguistiche: una parte importante del suo lavoro si articola intorno alla riscoperta ed elaborazione di musiche e testi appartenenti all’antica cultura veneta tra cui le celebri canzoni da battello del Settecento veneziano.
Come autrice ha composto per l’Arena di Verona musiche per il balletto “Il sogno veneto di Shakespeare”.
È stata direttrice artistica del Festival “Finestre sul Novecento” di Treviso e fondatrice e organizzatrice degli “Incontri tra Musica e Filosofia” che si tengono a Venezia dal 2004 in collaborazione con la Biennale Musica e l’Università di Ca’ Foscari.
Dal 2015 organizza il salotto culturale Chez Donella (Treviso) ideato assieme al compositore Paolo Troncon che si occupa di approfondimenti musicologici, letterari e filosofici.